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domenica 21 novembre 2010

Star One - Victims Of The Modern Age

Star One è uno dei tanti progetti messi in piedi da Arjen Anthony Lucassen nel corso della sua lunga carriera, e “Vitcims Of The Modern Age” è il secondo lavoro uscito sotto questo monicker, a 8 anni di distanza dal fortunato “Space Metal”. La formula proposta è sempre la stessa, un metal di alta qualità dalle tinte progressive e dalle atmosfere spaziali che ha come principale fonte di ispirazione i film preferiti di Arjen.
Tutte le canzoni del capitolo precedente infatti traevano spunto da film di fantascienza ambientati nello spazio (Alien, Stargate, ecc.), mentre questa volta l’ispirazione nasce da film di guerra (ad es. Platoon) e da alcuni a sfondo apocalittico/catastrofico.
Venendo all’aspetto musicale, come d’abitudine siamo al cospetto di una formazione composta da ospiti illustri del calibro di Russel Allen, Damian Wilson, Floor Jansen, Gary Wehrkamp, Tony Martin (tanto per citarne alcuni), e il risultato non tradisce assolutamente le aspettative.
Fin dalle prime note si rimane colpiti dalla qualità della produzione: suoni cristallini e incisivi a partire da chitarre moderne che delineano riff potenti, oscuri, di facile presa ma mai banali o scontati; un uso massiccio di tastiere e sintetizzatori che per tutto il disco la fanno da padrone come non mai: l’immancabile hammond si amalgama alla perfezione con morbidi tappeti musicali e violenti assolo dal timbro futuristico (come in “Human See, Human Do”). Nulla da eccepire inoltre per quanto riguarda la sezione ritmica grazie al fido Ed Warby, batterista praticamente fisso, vista la sua partecipazione a tutti i progetti di Arjen.
Dopo l’intro “Down The Rabbit Hole” (sulla falsa riga di “Lift-Off”) si parte alla grande con “Digital Rain”, una delle tracce migliori dove Allen da subito il meglio di se. Seguono “Earth That Was” e “Victimis Of The Modern Age”, quest’ultima più oscura, in cui fa capolino anche il growl di Dan Swano. E via via il disco scorre liscio senza scivoloni grazie a ottimi brani come il già citato “Human See, Human Do”, “Cassandra Complex” e “It’s Alive, She’s Alive, He’s Alive”.
Qualche critica però va fatta: innanzitutto l’eccessiva atmosfera cupa del cd a lungo andare risulta pesante, laddove Space Metal offriva ritornelli più melodici e arrangiamenti più progressivi e variegati. In secondo luogo, mancano dei begli assoli. Le chitarre infatti tracciano ottimi riff ma le parti soliste sono piuttosto semplici e passano inosservate. Infine, un paio di pezzi non sono proprio all’altezza della situazione (25 Hours e It All Ends Here). A parte questo, l’album si mantiene su alti livelli, ed è consigliato veramente a tutti.
Il disco è disponibile anche in versione limitata contenente un secondo cd con 5 bonus tracks e una traccia video con il make of del disco.
Questa recensione sarà disponibile a breve sul sito www.entrateparallele.it

Tracklist:

1] Down the Rabbit Hole (01:20)
2] Digital Rain (06:23)
3] Earth that Was (06:08)
4] Victim of the Modern Age (06:27)
5] Human See, Human Do (05:14)
6] 24 Hours (07:20)
7] Cassandra Complex (05:24)
8] It's Alive, She's Alive, We're Alive (05:07)
9] It All Ends Here (09:46)

Cantanti
Russell Allen (Symphony X)
Damian Wilson (Headspace, Threshold)
Floor Jansen (ex-After Forever, ReVamp)
Dan Swanö (Nightingale, Second Sky, ex-Edge of Sanity)
Tony Martin (Ex-Black Sabbath)
Mike Andersson (Cloudscape, Full Force, Silent Memorial)
Rodney Blaze

Musicisti
Arjen Lucassen - Guitars, keyboards
Ed Warby - Drums (Ayreon, Hail of Bullets, Gorefest)
Peter Vink - bass
Joost van den Broek - keyboard solos (Ex-After Forever)
Gary Wehrkamp - guitar solos (Shadow Gallery)

Aryen possiede diversi siti internet relativi ai suoi progetti. Conviene comunque fare riferimento al sito principale www.arjenlucassen.com da cui si può accedere a tutti gli altri collegamenti.

giovedì 4 marzo 2010

"Intanto tutto procede": il nuovo libro di Sandra Evangelisti

E' fresca di stampa la nuova raccolta di poesie di Sandra Evangelisti, giovane poetessa forlivese che con "Intanto tutto procede" giunge alla terza pubblicazione.
Ho avuto il piacere di leggere le precedenti raccolte e devo dire che quest'ultimo lavoro mi ha particolarmente sorpreso per la forza e l’energia che permeano quasi tutte le trentuno liriche che compongono il libro.
Il tema dominante è l’amore, dichiarato fin dalle prime battute velate di una malinconia che mi ha riportato ai versi più toccanti di “Lascio al mio uomo”.
Ma il cambio di registro attende il lettore subito dietro l’angolo. Di colpo infatti il poeta pare chiamare a se tutte le forze per infrangere la teca di cristallo in cui è rinchiuso e che rende tutto più ovattato, per poter gridare a piena voce i propri intenti:

“Ho freddo.
Voglio uscire.
Ho bisogno
di aria.
Voglio vivere.

Ancora.”

Il poeta, stanco di vivere passivamente, vuole di nuovo sentirsi vivo, provare emozioni, gridare al mondo il desiderio d’amore a cui tutti gli uomini per natura tendono e di diritto pretendono. Desiderio che diventa inevitabilmente la necessità di un contatto fisico, carnale, che ogni donna reclama. E questa brama a tratti incontenibile si esplica in un linguaggio diretto e dai toni forti come in Desiderio, una delle liriche che più amo di questa raccolta:

“Il desiderio che c’è
in me

quel non so che
di più nascosto
che mi tenta

l’ansia
di averti
qui
sedotto e preso.

E poi
carne su carne
abbandonato e arreso.

Qui,
sotto di me
- o sopra –
che importa.

Importa che ti voglio
adesso
e preso
nel mio
essere donna
arreso
alla spirale
del mio sesso.
Carne su carne." […]

Il sottile velo di erotismo delicatamente posato sulle liriche di “Lascio al mio uomo” si è dissolto per lasciare affiorare una nuova dimensione erotica, totale, rappresentata con forza ma anche con gusto ed eleganza. In Rosa Sandra recupera dalla tradizione poetica antica l’immagine sensuale della rosa, fiore che per eccellenza simboleggia la femminilità in tutti i suoi aspetti.

"La rosa.
Il cuore sempre acceso
della rosa.
Si apre
e poi richiude.
Divorante accoglie."

Gli istinti e le pulsioni più intime si scatenano e si susseguono in un vortice erotico che travolge i sensi, come nella conclusiva Estasi, un intenso componimento in cui il desiderio del poeta di possedere fisicamente l’amante, delicatamente sfuma nella ricerca dell’amore puro. La carica erotica dei versi infatti non è mai fine a se stessa, ma intesa come continua tensione e ricerca dell’amore assoluto, quel sentimento che raggiunge la forma più sublime (una forma compiuta) con l’unione fisica dei corpi.
Ma c’è dell’altro. L’autrice si è spinta oltre il limite finora posto con le precedenti raccolte. Una lettura approfondita rivela infatti come in quest’opera la ricerca dell’amore è estremamente connessa alla ricerca del significato della poesia e dell’amore per la poesia, vista come forza vitale creatrice e rigeneratrice. Amore e poesia si fondono in un rapporto simbiotico indissolubile, dove nessuno dei due elementi può fare a meno dell’altro.
L’arte della poesia è amore, e l’amore in sè è poesia. Amare e poetare d’amore significano conoscere la verità e avere la capacità di scriverla e fissarla nel tempo. Ne consegue che non esiste vera poesia se non viene dal profondo del cuore, se dunque non è un canto di vero amore.

"Non la parola.
La sua vita.

Muta resta
senza respiro
se non è voce
all’anima.
Non parola
non vita
se non viene
dal profondo.

Di tutti è la parola
come di tutti
la vita.

Non la parola
ma la vita
è canto.
Canto di tutti.
Canto di ogni uomo."

E ancora:

"La parola
cuore
della vita.
Un respiro
che pensa
e nomina
la sua stessa
natura."

E’ questo, in sintesi, il significato ultimo che ho scovato nei versi di questa raccolta: una visione della poesia come forma di amore assoluto, l’amore come forma assoluta di poesia.

I dati completi del libro sono:

Sandra Evangelisti, Intanto tutto scorre, Edizioni del Leone, Venezia, 2010
Il libro è acquistabile on line sul fornitissimo IBS, precisamente a questo LINK.

Infine segnalo anche che Sandra è socia ordinaria dell’associazione culturale Poliedrica, sul cui sito è possibile trovare, tra le tante cose, notizie biografiche e bibliografiche su di lei.

lunedì 7 settembre 2009

"Senza respiro" su Il Ponte di Rimini

Riprendo in mano il mio blog dopo un pò di tempo, per segnalare un articolo sulla mia nuova raccolta "senza respiro" pubblicato dalla mitica Cristella su Il Ponte di Rimini.
Di seguito un'"istantanea" della pagina:



Ringrazio infinitamente Cristina per la bellissima e soprendente...sorpresa!

martedì 16 giugno 2009

I libri di Cristina - Trama e ordito (mamme che tessono la vita)

Nel 2008 feci la "virtuale" conoscenza di Maria Cristina Muccioli (leggi qui), alla quale affidai la recensione de "Gli occhi di Sonia". Da allora ci siamo tenuti in contatto (sempre virtualmente, attraverso i nostri blog) e con l'uscita del mio secondo libro "Senza respiro" ho colto l'occasione per fare la conoscenza "reale" di Cristella, persona gentile e squisita proprio come traspare da ciò che scrive sul suo blog.
L'incontro presso il Centro per l'Impiego di Rimini, dove Cristina lavora, è stato estremamente piacevole. Si è parlato del più e del meno, del suo lavoro e del lavoro in generale. Ho poi dato a Cristina una copia di Senza respiro e lei mi ha gentilmente regalato i suoi due libri: Trama e ordito (mamme che tessono la vita) e Cristella regina dei libri, che ho appena finito di leggere.
Il primo è una sorta di viaggio nel tempo alla scoperta delle nostre origini, mentre il secondo è prettamente autobiografico, la storia di Cristina raccontata a mò di favola.

TRAMA E ORDITO (mamme che tessono la vita), Ed. Il Ponte, 1999

Il libro è una bellissima e appassionata ricostruzione dell’antica tecnica di lavorazione della canapa con il telaio a mano.
Forte dei ricordi freschi e vivi della mamma “più dolce del mondo”, Cristina accompagna teneramente il lettore per mano alla riscoperta di un mondo quasi perduto (e dico quasi perché finchè ci saranno persone in grado di dare alla luce così belle pagine, nulla può scomparire per sempre) e di un mestiere antico che ha lasciato tracce indelebili nella nostra cultura popolare.
La descrizione del processo di produzione e lavorazione della tela è impeccabile. Segue l'ordine cronologico partendo proprio dal primo passo, ovvero la coltura della canapa (semina, coltivazione, raccolta), passando alla realizzazione del primo filo, per poi arrivare all’ordito.
Tutto il racconto è impreziosito da citazioni, battute, modi di dire, canzoni e filastrocche in dialetto romagnolo (seguiti da traduzione ad opera di Cristella, esperta di dialetto) che fanno sentire il “lettore romagnolo” perfettamente a suo agio in un mondo semi sconosciuto che parla la sua lingua, stimolandolo a immaginarsi la vita dei propri nonni (o genitori) di quel tempo. Una realtà fatta di piccole cose, di umile felicità ricercata in semplici gesti di vita quotidiana come il cantare durante la tessitura.
Come dicevo in apertura, la fonte principale di Cristella è la mamma, rappresentata nel libro come fulcro della famiglia tradizionale e “mastra tessitrice”. Ma oltre ai ricordi della mamma di Cristella ci sono altre testimonianze di personaggi tra i quali il compianto Don Benzi (conosciuto per la sua attività religiosa ma soprattutto per l’enorme impegno sociale nel quale si è prodigato fino alla sua scomparsa) che ci narrano storie tramandategli dalle loro madri.
I racconti legati al telaio si intrecciano quindi inevitabilmente alle vite dei protagonisti, spesso tristi e tragiche come quelle consumatesi negli anni del dopoguerra. Davvero toccante il capitolo intitolato Lacrime e rocca: il filo di ricordi di mamma Maria, una dolorosa rievocazione dello sterminio di un’intera famiglia durante la seconda guerra mondiale.
Grazie a questo coro di voci Cristella ci ricorda le nostre umili origini, la storia dei nostri avi fatta di fatica, sofferenze e sacrifici, per poter garantirci il futuro benessere che stiamo vivendo.
Ecco quindi che la tessitura della tela diventa un tessere l’anima, il raccontare la vita attraverso fili esili ma allo stesso forti tali da reggere il peso degli anni. La donna (o mamma) è tessitrice e dunque artefice e custode della vita nella casa (del focolare), della famiglia e del corso delle cose. Sulle sue spalle forti e temprate dal lavoro grava tutta la sofferenza del mondo.
La donna infine, è colei che tessendo con amore, cresce con amore i propri figli.
Tristezza e malinconia, che in più punti fanno capolino, alla fine si “dipanano” grazie al bellissimo ricordo del giorno in cui Cristella è diventata mamma, e devo per forza citare queste bellissime righe:

“Sono diventata mamma! La gioia di quest’esperienza è indescrivibile: i maschi non potranno mai capire. Sensazioni, brividi, sentimenti quasi impossibili da raccontare. […] Ho sofferto. In certi momenti, quando non riuscivo a controllare le spinte e mi sentivo spaccare in due, ho avuto molta paura ed o urlato il male con tutto il fiato che avevo in gola. Eppure, ce l’ho fatta anch’io. […] In un attimo ho dimenticato il dolore: quando ho conosciuto mia figlia. E’ stato meraviglioso. […] In un attimo ho sentito il legame di figlia: nel momento stesso in cui sono diventata madre. Mi sono passati davanti ventisette anni della mia vita di figlia.

E' possibile seguire le attività di Cristella consultando il suo sempre aggiornatissimo BLOG.



giovedì 29 gennaio 2009

La terra è tornata a tremare...

...ma non così tanto in fin dei conti.



Puntuali come un orologio svizzero, tornano dopo due anni i teutonici Grave Digger con il nuovo album, dall’eccentrico titolo “Ballads Of A Hangman”. Disco che farà sicuramente felice i fan più sfegatati, ma che deluderà quella schiera di fan che, pur amando il gruppo alla follia, non si accontenta più della solita minestra.
In 20 anni di onorata carriera dedita all’heavy metal più intransigente e incontaminato, i Grave Digger hanno prodotto musica di eccellente qualità incuranti delle mode del momento; hanno incendiato le platee di mezzo mondo con esibizioni devastanti e coinvolgenti, sono diventati una della punte di diamante del power metal tedesco e…e poi? E poi si sono fermati.
Da qualche anno la vena compositiva del gruppo si è infatti assopita, e non è bastato l’inserimento di una seconda chitarra, Thilo Hermann (ex Running Wild), per sollevare il velo di polvere che si era posato su “The Last Supper”, inspessitosi poi sul penultimo “Liberty Of Death”.
Il punto debole degli ultimi Grave Digger non è la mancanza di originalità, perché originali non lo sono mai stati. Quello che manca è proprio la bella musica. La mia impressione è che i Grave Digger, forti di un successo ben consolidato con il pubblico e sul mercato, si siano adagiati sugli allori, proponendo con lo stampino una formula ben collaudata ma aimè prima di personalità: riff potenti e d’assalto, ritmi spaccaossa che al primo accenno fanno sobbalzare, ma dopo un minuto già perdono qualsiasi effetto, invitando l’ascoltatore a passare alla traccia successiva.
Ma veniamo al disco nello specifico. Dopo l’immancabile intro si parte un po’ in sordina con la title track, dal ritornello epico un po’ troppo ripetuto, ma tutto sommato carino. Segue una priestiana “Hell Of Disillusion”, brano potente che farà sicuramente strage in sede live (ma non esaltante su cd), per poi passare all’unica traccia veramente riuscita del disco: “Sorrow Of The Dead”. Riff iniziale potente e diretto (alla William Wallace, tanto per intenderci), ritmo incalzante e ritornello molto melodico che mi hanno riportato alla mente il bellissimo (ma sottovalutato) “The Grave Digger” del 2001, nel quale Manni Schmidt aveva veramente fatto la differenza.
A metà cd troviamo un lento, ”Lonely The Innocence Dies”, a mio avviso uno dei peggiori che i Grave Digger abbiano mai scritto. Un pessimo pezzo peggiorato dalla voce stridula e insignificante di Veronica Freeman dei Benedictum, ospite per l’occasione.
Del resto del lotto si salvano la priestianissima “The Shadow Of Your Soul” e la conclusiva Pray, commerciale e dal ritornello catchy (ma comunque carina) che ha fatto da singolo apripista per il full lenght.
La versione speciale in mio possesso contiene anche la cover dei Thin Lizzy “Jailbreak”, arrangiata alla Grave Digger maniera.
Dopo ripetuti e approfonditi ascolti (compreso l’ascolto a tutto volume in macchina per testare l’effetto sull’acceleratore, per me una sorta di prova del nove), poco o niente rimane impresso di questo cd. I brani non sono brutti, sia chiaro, non siamo di fronte a un disco scandaloso. Tuttavia sono deboli, senza effetto e senza “tiro”. Non coinvolgono; a fatica si ricordano i ritornelli, spesso banali.
Credo che i Grave Digger possano e debbano fare di più. In attesa del “colpo grosso” gustiamoci le esibizioni live, dove i nostri danno sempre il massimo e il meglio se stessi.

Leggi la mia recensione su www.entrateparallele.it



1. The Gallows Pole
2. Ballad Of A Hangman audio
3. Hell Of Disillusion
4. Sorrow Of The Dead
5. Grave Of The Addicted
6. Lonely The Innocent Dies
7. Into The War
8. The Shadow Of Your Soul
9. Funeral For A Fallen Friend
10. Stormrider
11. Prey

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martedì 25 novembre 2008

I suoni dell'inverno

L’inverno è arrivato.
In anticipo sul calendario, ma ben palpabile sulle punte delle orecchie rosse e doloranti quando si esce di casa.
Ed era ora.
Che le stagioni sono cambiate è ormai un luogo comune, e da tempo ormai lo sperimentiamo anche dalle mie parti (dove gli inverni sono sempre più miti e le primavere sempre più fredde), ma che a novembre ancora si esca con felpa e "spolverino" è davvero ridicolo.
Ben venga dunque questa piacevole ondata di freddo e gelo.
Questa breve incursione nel tempo atmosferico mi è stata indotta dall'ascolto di un malinconico disco intitolato “Judgment” (degli inglesi Anathema), dall'atmosfera gustosamente invernale.
Il disco è del 1999. La copertina mi sarà balzata agli occhi centinaia di volte tra riviste di musica e negozi di cd, ma non mi sono mai interessato più di tanto al gruppo e al genere proposto.
Fino a qualche settimana fa, quando per caso ebbi l’occasione (mettiamola così…) di ascoltare “A Fine Day To Exit” (uno dei loro ultimi lavori), molto apprezzato dalla stampa di settore. Il disco è un ottimo prodotto di rock alternativo e ambient (fortemente influenzato dai Pink Floyd), e ascoltandolo mi è tornata in mente la copertina viola di "Judgment", che ho deciso poi di acquistare.
Anche perchè stando alla storia del gruppo (consultabile sul sempre aggiornatissimo sito di Wikipedia), "Judgment" rappresenta il punto di partenza di una nuova fase musicale degli Anathema, visto che originariamente proponevano un doom/death che non ho mai digerito.
In realtà la storia narra che già dal cd "Eternity" del ’96 ci fu un brusco cambio di rotta nel genere proposto, orientato verso lidi più tranquilli con l’uso di voci pulite e atmosfere ambient. Ma è con "Judgment" che avviene la svolta decisiva, e il grande passo di qualità.
Siamo di fronte a un ottimo concentrato di rock “pinkfloydiano” dalle tinte leggermente psichedeliche (si ascolti la melodia paranoica di Parisienne Moonlight) e atmosfere ambient, intrise di una massiccia dose di malinconia.
La musica degli Anathema è in generale la voce del silenzio e dell'inverno, della solitudine e dell’abbandono. Il tempo sembra acquistare un ritmo diverso, a tratti più lento ma comunque inesorabile, ed è proprio lo scorrere del tempo (e della vita che lenta si spegne) il tema centrale dei testi dei brani.
La prima traccia, "Deep", ben rappresenta lo spirito dell’intero cd.
E’ difficile fare una classifica dei brani migliori, sono tutti molto belli. Spiccano per eleganza e intensità "Forgotten Hopes", "Make It Right" (con le tastiere in rilievo che mi ricordano un po’ Space-dye Vest dei Dream Theater), "One Last Goodbye", estremamente malinconica, "Judgment", dove l’aspetto rockettaro di colpo erompe; e su tutte "Emotional Winter", con un intro di “chitarra gabbiano” che suona Pink Floyd al 100% (impossibile non pensare a "Shine On You Crazy Diamond").
Chi non è avvezzo a tonalità cupe e malinconiche non apprezzerà la musica degli Anathema. Chi invece ha tempo per mettersi comodamente in poltrona e lasciarsi avvolgere da atmosfere oniriche capaci di emozionare, e trascinare l'ascoltatore su mondi lontani, troverà con questo "Judgment" la propria dimensione.

Anathema - Judgement (1999)



1) Deep
2) Pitiless
3) Forgotten Hopes
4) Destiny Is Dead
5) One Last Goodbye
6) Make It Right (F.F.S.)
7) Parisienne Moonlight
8) Don't Look too Far
9) Emotional Winter
10) Wings of God
11) Judgement
12) Anyone, Anywhere
13) 2000 & Gone
14) Transacoustic*

giovedì 13 novembre 2008

"Gli occhi di Sonia" sul blog Libri e Recensioni

Il mio libro "Gli occhi di Sonia" è stato segnalato sul blog Libri e Recensioni (clicca QUI), sito dedicato a chi vuole condividere e diffondere le proprie letture preferite, con la possibilità di inviare brevi descrizioni o anche recensioni.

venerdì 7 novembre 2008

Everon

E’ il titolo di una band tedesca capitanata dal polistrumentista Oliver Philipps, scoperta tramite la recensione del loro ultimo lavoro intitolato "North". Anche in questo caso, sono venuto a conoscenza di questo straordinario artista casualmente, leggendo per semplice curiosità una recensione apparsa sul sito Metallus.it (l’unico del settore a citare questo gruppo).
Attratto dalla proposta musicale descritta nella recensione (un genere non ben definito, un mix di musica strumentale con partiture tipicamente classiche e musica rock ed elettronica), ho acquistato il cd ad occhi chiusi. Ed il risultato è stato davvero esaltante.
La figura del leader Oliver Philips, musicista poliedrico nonchè principale compositore, mi ha ricordato molto quella di Arjen Anthony Lucassen aperto a tutte le influenze e a diversi stili di musica senza pregiudizi.
Anche il muoversi indipendentemente al di fuori delle mode e del music business accomuna Everon agli Ayreon (e infatti sul sito degli Everon, nella pagina dei siti amici, compare anche Ayreon).
Dal punto di vista musicale però le differenze sono notevoli: Ayreon si muove tra progressive metal, ambient, con influenze e inserti medievali, mentre gli Everon prediligono architetture classiche con aperture di moderno hard rock quando decidono di tirare fuori le unghie, senza però mai eccedere in velocità o aggressività.
Questo approccio caratterizza tutto "North", ricco di melodie intense e raffinate che riescono a trasportare l’ascoltare davvero verso…nord. E’ il caso della dolce e malinconica “Islanders” o di "Woodworks", che riportano alla mente paesaggi autunnali e lande desolate.
Molto belle anche "Hands" e "South of London", dove la chitarre elettrica graffia quanto basta, senza invadere la delicata struttura sottostante. Ma in generale tutti i brani sono di alto livello e, fortunatamente, mai banali.
Tecnica, eleganza e melodia si fondono insieme creando il vero punto di forza del gruppo.

Stesso discorso per "Flesh", precedente lavoro datato 2002, dall’impronta però più elettronica. Su questo album infatti prevale l’uso di sintetizzatori e tastiere che, insieme alle chitarre, riescono a creare brani suadenti e pieni di atmosfera come "Missing From The Chain", "Half As Bad" e "Back Insight" (quest’ultima stupenda), per un trittico davvero da brivido.
Atmosfere oniriche, intense, calde e calme, a dispetto della copertina fredda e "mostruosa".
La sezione ritmica è ottima, ogni membro del gruppo si lancia in esecuzioni al limite della perfezione. Unica pecca forse la voce di Oliver, non brutta, ma a mio avviso poco adatta al genere proposto (e in effetti in molti brani fa capolino la delicata voce di Judith Stüber, ospite sui due album)
In definitiva due gran bei dischi, due piacevoli sorprese. Un’altra grande band fuori dal coro.

North (2008)


Tracklist:

[01] Hands
[02] Brief Encounter
[03] From Where I Stand
[04] Test Of Time
[05] North
[06] South Of London
[07] Wasn't It Good
[08] Woodworks
[09] Islanders
[10] Running

Flesh (2002)


Tracklist:

[01] And Still It Bleeds
[02] Already Dead
[03] Pictures Of You
[04] Flesh
[05] Missing From The Chain
[06] The River
[07] Half As Bad
[08] Back In Sight


Sito ufficiale: www.everon.de

mercoledì 22 ottobre 2008

Poesie "taglienti"



“Tosto questo libro”!
E' stato il primo pensiero che mi è venuto in mente a poche pagine dall’inizio di questa bella raccolta di poesie di Alessandra Carnaroli, intitolata “Taglio Intimo”.
Era da diverso tempo che non leggevo qualcosa di veramente forte e di così…tagliente. Ricordo di avere provato una sensazione simile durante la lettura di American Psycho (Breat Easton Ellis). Certo, sono due opere completamente diverse (troppo violento il secondo), ma l’effetto sorpresa/shock è stato pressoché lo stesso.
Già dalla prima lirica si capisce di essere di fronte a un’opera pungente e lacerante, lontana anni luce dai generi poetici tradizionali:

“Sono dentro la mia vita o galleggio in un lenzuolo nero pece, notte vischiosa che incolla i movimenti e i pensieri ristagnano immobili, acqua di vita, acqua di morte, acqua santa per benedirmi il culo e la pelle fredda.”

Attraverso 45 poesie l’autrice ci accompagna in un viaggio “nevrotico” dentro un’esistenza tesa e turbata, denudandosi e presentando temi e sentimenti come l’amore, l’abbandono, la solitudine, la colpa, trattati come se fossero carne da macello; maneggiati con la freddezza nervosa di chi ancora porta su di se i segni che certe esperienze possono lasciare.
La cosa che colpisce fin dall’inizio è il susseguirsi di immagini crude e addirittura squallide (molte delle quali legate alla “fisiologica” quotidianità, e più volte ripetute), che apparentemente non hanno alcunché di poetico.
Ma è proprio questa “non poeticità” il tratto distintivo dell’opera. La durezza con la quale l’autrice racconta le proprie esperienze, da un lato sembra l’impulsiva reazione al dolore e alla disperazione, dall’altro appare anche però l’unico modo con cui sia possibile affrontare la realtà.
E più l’immagine si fa cruda e sporca, più si intravede la profondità della ferita sottostante:

“Sono dentro la mia vita o i miei piedi vengono segati via da una mano abile affettatrice di carne e prosciutti e salsicce e taglia e taglia in un colpo lungo quanto i miei vent’anni […]”

“[…]metodico e preciso macellaio dal grembiule rigido di sangue […]”

“[…]i tuoi denti ballano sulle mie ossa che battono il ritmo del terrore.”
(bella questa immagine, da brivido lungo tutta la spina dorsale)

In questo passo invece, lo squallore delle immagini rivela tutta la tristezza di un amore sprecato.

"[…] le parole e gli sguardi mi colano bollenti in mezzo alle cosce. Ho le mutande umide di piscio minestra e scorregge di merda e rancore."

L’amore tradito e maltrattato viene spesso raccontato con una sottile vena di erotismo, dalle tinte sporche e squallide.
Ma tutta la forza e la rabbia concentrata in questi pochi versi non sono sufficienti per liberarsi dalla gabbia di acciaio in cui l’io è intrappolato, insieme ai suoi tormenti peggiori.
E la domanda “sono dentro la mia vita?” che apre e chiude il primo capitolo, trova alla fine un’unica risposta:

[…]“finisce anche la mia vita, la mia vita dentro la tua bocca, ammmore”.

Il libro è suddiviso in 3 capitoli: Nella tua bocca, dal quale ho estratto i versi sopra riportati, Laura Anna e In testa-mento.
Molto interessante anche il secondo, Laura Anna, dove l’autrice affronta il tema dell’anoressia con una freddezza struggente e disarmante.
Anche in questo caso sono immagini semplici, elementari e crude a illuminarci su una realtà brutale e forse poco conosciuta:

“Laura è lo spazio che divide l’abbraccio di una madre alla figlia […]” e “Laura ha leccato la morte ma era troppo dolce per il suo stomaco stretto e amaro e l’ha vomitata contro il muro insieme a un chicco di caffè […]”

In definitva un gran bel libro, consigliato a chi ama le emozioni forti, in questo caso messe in versi.


*Il libro è pubblicato dalla casa editrice Fara Editore di Santarcangelo è reperibile su IBS.

giovedì 25 settembre 2008

Dei poeti sognatori... - recensione de "Gli occhi di Sonia"


a cura di Maria Cristina Muccioli

Questa volta il “navigare” in lungo e in largo mi ha fatto approdare sul sito di Cristella, curato da Maria Cristina Muccioli, giornalista pubblicista riminese, che si è gentilmente prestata alla lettura e al commento del mio libro, consultabile al seguente LINK.

Maria Cristina Muccioli lavora come impiegata al Centro per l’impiego di Rimini, e dal 1996 ha cominciato a dedicarsi alla scrittura e al giornalismo.
Scrive su importanti testate locali come Il Ponte e il Resto del Carlino di Rimini, occupandosi prevalentemente di storia e tradizioni locali, poesia e argomenti di carattere sociale (settore nel quale è molto attiva).
Dal 2006 è direttore responsabile di RiminiAil Notizie, semestrale della Sezione Provinciale di Rimini dell’Associazione Lotta contro le Leucemie-Linfomi e Mieloma.

Maria Cristina scrive con passione e per amore del prossimo, specialmente quando si cala nel ruolo di Regina Cristella di Sacrabionda e racconta favole per i più piccoli.
Ma l’arte di scrivere per Cristella deve avere di certo un significato più alto della pura e semplice espressione artistica, visto che, come lei stessa afferma nella pagina di presentazione del sito, “la scrittura è un’ottima terapia contro la malinconia”.
Oltre a racconti e poesie pubblicate su antologie varie, la Muccioli è autrice di due libri: “Trama e ordito, mamme che tessono la vita” e “Cristella, regina dei libri".

Oltre al sito/blog Cristella.it Maria Cristina gestisce il blog Bela Burdela (espressione dialettale romagnola per “bella ragazza o bambina”), un compendio di storia, personaggi ed eventi della Romagna di ieri e di oggi, vissuti e raccontati da una prospettiva femminile.
Su entrambi i blog è stato pubblicato il commento al mio libro.

Ringrazio davvero di cuore Maria Cristina per le belle parole, per l'incoraggiamento e per avere citato una delle mie poesie preferite (Maelstrom), dal tono diverso da quelle inserite nella mia raccolta.


martedì 16 settembre 2008

Addio a Richard Wright



Si è spento all’età di 65 anni Richard Wright, uno dei membri fondatori dei Pink Floyd.
Ricordato da tutti – ovviamente – per la sua militanza nei Pink Floyd e per aver firmato molti dei loro principali successi, Richard ha anche avuto una carriera solista parallela, di scarso successo ma, a mio avviso, di ottima qualità.
Delle 3 uscite

- Wet Dream (1978)
- Identity, con il gruppo Zee, insieme a Dave Harris (1984)
- Broken China (1996)

Broken China è forse la più “debole”, mentre Wet Dream è il cd che ho apprezzato di più. Malinconico, trasognante e atmosferico in pieno stile Pink Floyd.
Un artista da non sottovalutare fuori dal contesto principale.

Sito ufficiale dei Pink floyd: http://www.pinkfloyd.co.uk/index.php

martedì 9 settembre 2008

Reinterpretare il passato (a suon di musica)

Oltre che da poche ma belle letture, l’estate 2008 è stata accompagnata dall’ascolto (come sempre del resto) di buona musica. Così, dopo avere in parte scoperto e in parte rispolverato l’intera discografia dei Manowar, mi sono ritrovato per le mani questo piccolo gioellino intitolato “To Death and Beyond…” dei Battleroar, un gruppo greco (dal cantante italiano), che mi ha davvero sorpreso.
Incuriosito da una recensione positiva su un noto sito di musica rock, ho acquistato questo cd a occhi chiusi, e devo dire che era da tanto tempo che non ascoltavo musica così carica, esaltante e trascinante.
I Battleroar sono l’esempio lampante di come sia possibile reinterpretare il passato: sfruttare la tradizione per creare qualcosa di nuovo senza per forza cadere nella ripetizione, nel “già sentito” e, come troppo spesso accade, nella citazione palese.
Ascoltando le nove tracce che compongono questo cd è molto facile sentire l'influenza dei gruppi storici. Manowar e Iron Maiden la fanno da padrone a più riprese, ma non potrebbe essere altrimenti, quando si “maneggia” un genere ormai saturo come l’heavy metal.
Ma i Battleroar ce la mettono davvero tutta, e grazie a un songwriting creativo e ispirato danno vita davvero a della bella musica.
A mio parere l’arma vincente del cd è il “tiro”, l’irruenza e la carica delle canzoni che assalgono l’ascoltatore e lo invitano a immedesimarsi nei testi guerreschi e battaglieri (ben fatti e per niente banali), nonché a premere – pericolosamente – sull’acceleratore…
In un periodo in cui la maggior parte delle band (inflazionate e non) puntano tutto sulla produzione ultra perfetta e sul ritornello facile (a discapito dell'aspetto compositivo) , i Battleroar assalgono e colpiscono come da tanto non sentivo.
Si parte alla grande con l’ottima “The Wrathforge”, poi “Dragonhelm” (dal break centrale davvero tirato), per arrivare alla prima perla del cd: “Finis Mundi”. Un brano di oltre 8 minuti, potente e oscuro, dove i Battleroar si dimostrano in grado di creare atmosfere.
I due ottimi brani successivi (“Metal Hellas” e “Hyrkanian Blades”) conducono alla seconda perla del cd: “Oceans of Pain”, un brano carico di atmosfere malinconiche (soprattutto nel break centrale, costruito utilizzando un violino sintetizzato) potente e suggestivo, della durata di oltre 10 minuti, dove i Battleroar sfoggiano una buona tecnica e personalità.
Con “Born in the ’70” si fa un tuffo nel migliore hard rock degli anni ’80, mentre nella prorompente “Warlord of Mars” la vena “maideniana” emerge notevolmente (impossibile non pensare a “The Trooper”).
Chiude il capitolo “Death Before Disgrace” (la mia preferita), dall’incedere eroico e battagliero, un’altra lunga canzone dove tecnica, potenza e suggestione la fanno da padrone. Molto bella la parte finale, una vera e propria marcia di guerra che non potrà non farvi immedesimare nella lotta dei nostri eroi…e di nuovo a spingere sull’acceleratore!
Pur essendo il cd di ottimo livello non si può certo parlare di capolavoro: la qualità della produzione è piuttosto lontana dalla perfezione (complice anche la giovinezza della band, e quindi del budget insufficiente): a volte il suono della chitarra è “impastato” e la batteria in più punti è in secondo piano. Ma il vero punto debole, a mio avviso, è la voce del cantante. Grintosa, potente ed espressiva quanto e quando serve, ma, fondamentalmente e semplicemente, non bella.
Piccoli particolari però che rimangono in secondo piano grazie alla qualità della musica composta, che oltre al sopra citato “tiro”, offre “giri” originali, ottimi arrangiamenti e finalmente begli assoli di chitarra (cosa rara in questi ultimi tempi).
Ho avuto modo di ascoltare anche il secondo cd dei Battleroar (Age of Chaos, del 2005), che sinceramente non mi è piaciuto per niente. Questo “To Death and Beyond…” è la terza prova del gruppo, il primo traguardo importante per una band, e visti i risultati, credo che ci sia da aspettarsi molto da questi ragazzi.

BATTLEROAR - To Death And Beyond...(2008)



Tracklist
1. The Wrathforge
2. Dragonhelm
3. Finis Mundi
4. Metal From Hellas
5. Hyrkanian Blades
6. Oceans Of Pain
7. Born In The 70's
8. Warlord Of Mars
9. Death Before Disgrace

Durata totale 00:59:06

Sito web ufficiale http://www.battleroar.com/ (al momento non aggiornato)

domenica 31 agosto 2008

"Parole non dette o perdute" - recensione de Gli occhi di Sonia

a cura di Antonio Montanari

Riccardo Bertozzi ha pubblicato una raccolta di liriche, "Gli occhi di Sonia" (ed. Giraldi, Bologna), avendo cura di premettervi un interessante "avviso dell'autore al lettore". Che non è una divagazione né una confessione "a latere" rispetto ai testi offerti. E' un semplice, onesto invito a considerare "che valore può avere la poesia" nella vita quotidiana di ognuno di noi.

Queste le parole conclusive dell'avviso. Dove quasi all'inizio "mette le mani avanti" con un altro passaggio, meno personale, non autobiografico (pure nel senso esteso anche al lettore), ma rigorosamente critico: "la corsa forsennata verso l'interpretazione di un testo letterario non sempre è la giusta chiave per capirne il vero significato". … continua...

Clicca QUI per leggere l'articolo intero
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Il Prof. Antonio Montanari si occupa di giornalismo e studi storici. E’ stato insegnante presso diversi istituti superiori statali ed ha all’attivo importanti pubblicazioni storiche e filosofiche, molte delle quali riguardanti il suo paese natio: Rimini (e la Romagna in generale).
Attualmente cura diversi blog tra cui questo "Rimini si racconta" (http://blog.riviera.rimini.it/antonio_montanari/), dedicato appunto a storie, notizie, eventi e curiosità di Rimini e della rivera romagnola.
Ringrazio di cuore il prof. Montanari per le belle parole spese sul mio libro.





mercoledì 20 agosto 2008

Il sentiero nel bosco - di Adalbert Stifter

Nonostante la stanchezza e la calura di quest’estate inaspettatamente bollente, ho trovato uno “scorcio” di tempo per una breve lettura: "Il sentiero nel bosco" di Adalbert Stifter.
Avevo letto qualcosa su questo autore ai tempi dell’università, per un esame sulla storia della cultura tedesca (mi pare), e il nome mi è balzato agli occhi curiosando qua e la su IBS.
La trama ha subito catturato la mia attenzione e dunque via…l’ho comprato.
E’ la storia di Theodor Kneight, unico rampollo di una famiglia austriaca, malato incurabile di un’ipocondria al limite del mianacale.
Tra assurde manie e ossessioni, si fa convincere da un medico del luogo (a detta degli abitanti un tipo “strano e matto”, per la sua convinzione dell’inutilità delle medicine, e che le cure migliori consistono nel condurre una vita sana a contatto con la natura) a praticare delle cure termali.
Trascorre quindi un’estate intera in un centro termale situato nel cuore delle alpi austriache.
Qui Theodor si dedica a lunghe passeggiate nei boschi che, se in un primo momento gli appaiono luoghi ostili e tenebrosi, giorno dopo giorno diventano il luogo ideale per la cura del corpo e dell’anima.
Proprio durante una delle sue escursioni Theodor incontra Maria, una contadina giovane e bella della quale si innamora.
La caratteristica migliore di questo libro è sicuramente la descrizione dei luoghi (dei boschi soprattutto) e della natura in generale.
Studioso di scienza, fisica e matematica, certamente Stifter conosceva profondamente l’ambiente naturale che descrive in questa breve storia (e in generale in tutte le sue opere), tanto da lanciarsi in lunghe, minuziose e raffinate descrizioni nella migliore tradizione della letteratura naturalsitica.
La poesia di certi passaggi fa pensare ai primi romanzi di Goethe (il Werther tra tutti), o anche a Hermann Hesse (in più punti mi è tornato in mente “Narciso e Boccadoro”).
E proprio la natura è la vera protagonista in questo romanzo. Non affascina soltanto per la sue bellezze, ma soprattutto perchè suggerisce al lettore informazioni sul trascorrere del tempo, sul protagonista, sui suoi sentimenti e stati d’animo: i raggi del sole che si riversano nelle stanze della casupola di Maria sono simbolo di buon auspicio per ciò che succederà a Theodor e Maria (la loro unione); il muschio bagnato sulle rocce, le chiome fitte degli alberi e i sentieri sconnessi indicano le paure di Theodor; i sentieri ben battuti indicano sicurezza e la via giusta da seguire.
Lentamente Theodor impara ad apprezzare le bellezze dei luoghi che quotidianamente esplora, diventando parte di un mondo naturale governato da leggi eterne ed immutabili.
Questo mondo idilliaco è reso "apollineo" dalla figura di Maria, creatura dolce e leggiadra (alla stregua di una driade) completamente immersa in un mondo che si erge a simbolo della natura contrapposta alla nascente civiltà moderna (che tra l'altro qui, e in generale nei romanzi di Stifter, non compare mai).
La sua umiltà, le movenze docili e composte, tra le quali spicca la raccolta delle fragole (ancora una volta è la natura a rivelare i sentimenti, in questo caso le fragole rappresentano l’intimità e l’amore tra i protagonisti), dischiudono a Theodor un mondo fino a quel momento sconosciuto. Scoprirà, fondamentalmente, l’amore. Alla fine Theodor chiederà Maria in sposa, seguendo il consiglio del folle medico all’inizio racconto, di trovarsi una moglie per guarire da tutti i mali.
Quel sentiero nel bosco, che conduce a un mondo fatto di luce e vita pulsante ed elementare, e che Theodor fino a quel momento aveva accuratamente evitato per assecondare le sue assurde manie, si rivela essere alla fine la giusta strada verso il raggiungimento della verità, e dunque della felicità.
Il rapporto tra natura e amore (e amore per la natura), trova in questo breve romanzo una delle più dolci e solari rappresentazioni.

martedì 1 luglio 2008

Un libro originale

Tempo fa mi imbattei casualmente in una discussione presente sul blog di Simona Gervasone, riguardante l’attività svolta dalla Casa Editrice Giraldi di Bologna, con la quale anche io ho pubblicato.
Un commento alla discussione fu postato da Luca Martini, un giovane autore anche lui della “scuderia” Giraldi, per la quale ha pubblicato la sua terza raccolta di poesia intitolata “Partitura compiuta per pensieri distratti”, e che ho avuto il piacere di apprezzare.
Mi ha incuriosito subito la specifica del genere del libro, poesia e musica, riportata sulla copertina, e dopo un cordiale scambio di e-mail con Luca Martini (sulla difficoltà di vendere i libri di poesia), ho acquistato il libro.
E devo dire che mi sono trovato di fronte a un libro estremamente originale. L’originalità dell’opera sta proprio nel rapporto tra musica e poesia, sul quale si basa. Ogni poesia infatti è affiancata a un brano musicale (del quale vengono citati titolo, autore e album di riferimento) che probabilmente ha ispirato l’autore nel processo di scrittura.
Questa scelta è la precisa volontà di Martini, grande appassionato di musica (nonché musicista e compositore), di presentare alla sua maniera le proprie creazioni letterarie, o meglio come lui stesso specifica nell’introduzione, “qualche pensiero distratto insieme ad un consiglio musicale, ed anche un modo per trasmettervi, per comunicarvi alcuni dei brani che amo di più, che mi fregio di ricollegare ai miei scritti”.
E l’esperimento riesce proprio bene, anche se credo che per poter apprezzare a pieno le liriche di questa raccolta, bisogna in qualche modo conoscere i brani abbinati, o l’autore.
Spesso infatti il testo e il titolo delle poesie si ricollegano direttamente ai testi delle canzoni citate, e conoscerle permette al meglio di immergersi nella lettura.
Ed è proprio per questo motivo che le poesie che ho apprezzato di più, sono quelle delle quali conoscevo il brano abbinato (che ovviamente ho ascoltato durante la lettura).
E’ il caso quindi de “L’abbraccio”, accompagnato dalla splendida “The Cinema Show” dei Genesis, tratta dal capolavoro “Selling England By The Pound” (del 1973), o de “La maschera dello specchio”, abbinata a “Mystic Dreams” di Lorena McKennit, e ancora “Gli angeli”, abbinata a “Gli Angeli” di Vasco Rossi e “Inverno”, con “Winter” di Tori Amos.
Interessante è poi notare la vasta cultura musicale di Martini, che spazia dalla musica classica al rock, passando per il jazz più raffinato e il rock progressivo (italiano) ricercato degli anni Settanta.
Da appassionato di musica, sono convinto che la musica più che ascoltata vada vissuta.
Non si deve intendere l’ascolto come il semplice fluire di suoni da un orecchio all'altro. La musica va ascoltata innanzitutto con il cuore. Va lasciata libera di espandersi e attraversarci completamente, per poter fare affiorare emozioni e sensazioni. Ascoltare significa in definitiva lasciarsi circondare, avvolgere (e quanto serve anche travolgere) da immagini ed emozioni che nella nostra mente e nel nostro cuore grazie alla musica riescono a prendere forma.
Ed è con questo spirito che va letto il libro. Soltanto abbandonandosi alle emozioni della musica è possibile comprendere le immagini e la forza dei versi (non sempre facili) della poesia di Martini.

Il libro è reperibile su IBS a questo link.